Dis-impegno

Senza titolo

 

Anche questa settimana un contributo di Giorgia Tosi:

Nel 1851 a Londra si è tenuta la prima grande esposizione universale, una mostra internazionale dei prodotti dell’industria, della scienza, della tecnologia e delle arti. L’edizione del 2015, il cui tema è Nutrire il pianeta, energia per la vita, si tiene a Milano, ma l’apertura, avvenuta l’1 Maggio, è stata accompagnata da scontri e violenze e mi sembra doverosa una riflessione su ciò che è successo e su cosa possa spingere le persone a determinati comportamenti.

La manifestazione pacifista No Expo è sfuggita di mano e gli scontri sorti all’interno del corteo hanno provocato danni come con muri imbrattati, macchine incendiate e negozi assaltati. Vedendo le foto e leggendo le notizie durante quella giornata non ho potuto fare a meno di stupirmi e rimanere basita nel vedere una violenza così dilagante. Ciò su cui vorrei meditare non sono le ragioni politiche, sociali o ambientali che hanno guidato questi atti, vorrei solo provare a riflettere sui comportamenti.

Tra le interviste mi hanno colpito alcune espressioni che facevano riferimento a sentimenti di appartenenza, alla sensazione di stare dentro qualcosa di grande e di farsi trascinare dai fatti e dall’esaltazione del momento. Mi è venuto spontaneo pensare a due esperimenti di psicologia sociale, condotti tra gli anni ’60 e ’70.

All’Università di Yale, Stanley Milgram volle indagare i meccanismi di obbedienza all’autorità, attraverso un paradigma che prevedeva che i soggetti sperimentali somministrassero scosse elettriche, in caso alcuni studenti sottoposti ad un esame non rispondessero correttamente. Una considerevole percentuale dei soggetti obbedì alle istruzioni impartite dallo sperimentatore, arrivando ad infliggere anche la scossa di intensità maggiore.

Questi risultati hanno portato alla definizione del cossiddetto effetto Milgram, un fenomeno conseguente alla creazione di uno stato eteronomico, in cui si sperimenta l’assenza di autonomia comportamentale. In queste situazioni si attivano processi di deindividuazione, che inducono una perdita di responsabilità personale: ci si percepisce come esecutori di ordini che arrivano dall’alto, non riconoscendosi più protagonisti e direttori delle proprie azioni, attivando un processo inconsapevole di attribuzione di responsabilità a terzi e quindi all’autorità.

Qualche anno più tardi Philip Zimbardo condusse alla Stanford University un esperimento volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L’esperimento prevedeva l’assegnazione ai soggetti dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. Gli episodi di violenza e l’eccessiva immedesimazione in tali ruoli portò tuttavia i ricercatori a sospendere l’esperimento dopo soli pochi giorni.

Anche in questo caso i risultati sono stati letti alla luce dei meccanismi di deindividuazione, che implicano una diminuita consapevolezza di sé e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo di appartenenza. Far parte di un’entità che viene percepita come dotata di una propria volontà porta gli individui a pensare che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo, conducendo ad attivare quelli che vengono definiti come meccanismi di disimpegno morale e deresponsabilizzazione. Tra questi, appunto, la diffusione e la dislocazione di responsabilità all’interno del gruppo e la giustificazione morale delle proprie azioni con scopi più alti, concetti facilmente riscontrabili nelle parole e nei gesti dei manifestanti contro l’Expo.

Se è vero, però, che l’appartenenza ad un insieme di persone può portare a meccanismi come quelli appena citati, bisogna anche tener conto di quali possano essere invece i comportamenti positivi e proattivi che ne possono scaturire. Già poche ore dopo la fine degli scontri, infatti, le strade di Milano sono state invase da cittadini pronti a ripulire la città e durante tutto il fine settimana si sono susseguite iniziative volte proprio a riparare i danni causati dalla manifestazione. Persone tra loro sconosciute, ma accomunate dall’amore per la propria città e dalla voglia di rimediare si sono messe insieme per fare qualcosa di positivo per l’intera comunità.

All’interno di un gruppo dunque non si sviluppa solo la violenza, ma nascono anche la generosità, la solidarietà, la bontà. Dunque è possibile che un sentimento positivo di appartenenza prevalga e mostri la forza delle persone quando si uniscono per uno scopo più alto.