Etichettamento

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Questa settimana la nostra Giorgia Tosi esplora una tema affascinante e spesso sottovalutato.. L’etichettamento:

Internet e la completa accessibilità all’informazione sono uno dei traguardi più importanti dei nostri tempi: la possibilità di aprire una pagina web e trovare risposta a qualsiasi domanda ora è a portata di tutti, ma quanto è positivo ciò? Soprattutto per quanto riguarda tematiche psicologiche e mediche si corre il rischio di trovare informazioni fuorvianti, se non completamente errate e ciò può aumentare un disagio o addirittura portare a vivere una situazione normale come problematica.

Se sono triste tutti i giorni da molti mesi sono depresso?

Se mi lascio prendere dalla gola, mangio troppo e poi mi sento in colpa ho un problema di discontrollo alimentare?

Se all’idea di conoscere nuova gente mi agito sono affetto da fobia sociale?

Tutte queste domande trovano molteplici risposte in pagine d’informazione più o meno legittime e forum più o meno affidabili. Definizioni diagnostiche con liste di sintomi da spuntare e tempistiche da calcolare. Ma la verità è che la psiche e il comportamento non possono essere trattati come prodotti di cucina, per cui basta controllare gli ingredienti e i tempi di cottura per capire di cosa si tratti. In gergo si parla dei etichettamento, una teoria sociologica della devianza, che pone l’attenzione sul processo di costruzione del criminale che sarebbe favorito dalla reazione della collettività e delle istituzioni. Attraverso l’assegnazione dell’etichetta di criminale s’innescherebbe un processo in grado di trasformare l’autore di un singolo reato in un delinquente cronico, attraverso la diffidenza e la stigmatizzazione della collettività. Allo stesso modo definire una persona “ossessivo-compulsiva” può determinare una ristrutturare della percezione di sé, che porta ad identificarsi con l’etichetta, una sorta di profezia che si autoavvera del mito dell’Edipo Re.

Quando ci si trova in un momento di difficoltà dunque non serve cercare una definizione, ma impegnarsi nella comprensione della situazione che si sta vivendo e trovare nuove strategie per affrontare ciò che viene percepito come problematico. Se infatti non è utile controllare di avere tutti gli ingredienti necessari per un “disturbo”, allo stesso modo non esistono ricette per la guarigione, con fasi precise da seguire alla lettera.

Il problema autentico non chiede di essere risolto, chiede che si tenti di viverlo (Nicolás Gómez Dávila)