Il cigno nero

Senza titolo

 

Questa settimana Giorgia Tosi ci parla di cinema e psichiatria:

“Nell’ultimo incontro del ciclo Cinema e Psicologia, organizzato dalla Casa degli Italiani a Barcellona in collaborazione con il centro Dendros, è stata proposta la visione del film “Il cigno nero”.

La pellicola di Darren Aronofsky presenta la vita di una ballerina, che nella ricerca della perfezione, finisce per perdere se stessa: in questo personaggio si intrecciano tematiche che ricalcano la complessità del mondo interno umano.

Emerge da subito un complicato rapporto con la madre, che proiettando sulla figlia le proprie aspirazioni frustrate, la fa crescere in una bolla isolata dal mondo, in cui contano solo lei e la danza. L’appellativo affettuoso “la mia bambina” con cui chiama Nina diventa così quasi un ricatto, per ricordarle a chi appartiene. All’interno del clichè della ballerina di danza classica troviamo inoltre il rapporto problematico con il cibo, che in un ottica più Freudiana, ricalca proprio questa relazione duale, di amore-odio con la madre.

Ma è tutto il film a ruotare attorno al tema del doppio, perché nel momento in cui alla protagonista viene affidata la parte di cigno bianco e cigno nero nella rappresentazione del Lago dei cigni, si sviluppa in lei una forte lotta interna tra la sua parte pura e quella più oscura, rimasta fino a quel momento rinchiusa e senza possibilità di potersi esprimere. Nina non riesce ad accettare che in ogni persona possano esistere più realtà, più essenze, che emergono in situazioni e contesti differenti e in questa forte contraddizione dovrà essere uno dei due cigni a vincere sull’altro, senza alcuna possibilità di integrazione.

Il film presenta così il tema della psicosi, con lo sviluppo di allucinazioni, deliri e sdoppiamento della personalità, ma ciò che più è interessante è che una contraddizione del genere si può ritrovare in chiunque, senza che sfoci in disturbo psichiatrico. Quante volte è capitato di sentire due parti di sé in lotta tra di loro? E a ben pensarci non solo due, perché ci si comporta in modo differente in casa con la famiglia, nel tempo libero con gli amici o sul posto di lavoro con il proprio capo e ancora la persona che si è a 25 anni raramente è la stessa che si è a 40 e poi a 70. Ciò significa forse che la psicosi ha preso il sopravvento?

Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioé vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano. (Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila)

Forse invece lo sforzo che bisogna fare è quello di imparare a conoscere le diverse sfaccettature che, seppur non sempre in armonia, fanno parte di noi e ci rendono interessanti, accettare la diversità e la poliedricità in noi stessi e negli altri.

Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero! (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore)”