Il colloquio psicologico socio-costruzionista (parte 3)

carretera paisajePossiamo mutuare le considerazioni generali fatteper caratterizzare nei suoi tratti essenziali il costruttivismo e riportarle, debitamente in scala, al campo del colloquio lasciando al lettore la possibilità di estrarne altrettante indicazioni pratiche:

E’ facile sottolineare come per il costruzionismo il linguaggio sia il focus di attenzione eletto e come questo valga ancor più nel colloquio. E’ tramite il linguaggio che le persone creano e sostengono gli elementi che significano il mondo nel quale vivono. Questi elementi non vengono estratti, scoperti, da una verità più profonda come nel processo diagnostico, ma costruiti interattivamente all’interno della dialogo terapeutico.

La naturale conseguenza di tale centralità del linguaggio è il configurarsi del colloquio costruzionista come centrato specificamente sul discorso dei partecipanti (tutti i partecipanti, terapeuta compreso) e più nello specifico sulle mosse e sulle azioni discorsive che possono indirizzare, potenziare, decostruire, riconfigurare azioni e realtà del mondo vissuto dai “dialoganti”.

E’ questo un passaggio che segna una carattestica fondamentale e liberatrice: lo psicologo costruzionista impegnato in un colloquio può passare da una posizione indagatrice ad una posizione curiosa, dall’esplorazione delle cause a quella del significato e delle sue alternative. Questa particolare caratteristica è frequentemente associata in letteratura con l’attenzione postmodernista per il concetto di “incertezza” della conoscenza e le opportunità che essa schiude.

Possiamo affermare che il colloquio costruzionista “non si focalizza sul “problema”, inteso come dato oggettivo, ma sulle significazioni che di riflesso lo costruiscono. Le persone cioè vengono prese in considerazione non in funzione di una categoria nosologica alla quale vengono fatte corrispondere (sulla base di evidenze empiriche), ma in virtù dei processi interattivi che occupano nel replicare un’esperienza vissuta come problematica. In questo senso, non avviene un’opera di traduzione tra categorie conoscitive del cliente e quelle del clinico: la configurazione espressa dal resoconto viene cioè utilizzata per comprendere il sistema nella sua logica di funzionamento, soprattutto in riferimento ai processi relazionali che sostengono e rendono intelligibile il problema. Se è vero che non abbiamo accesso a una realtà di fatti ma soltanto ai racconti che su di essa vengono tessuti, allora l’obiettivo della terapia è quello di costruire, insieme all’altro, una diversa denominazione del suo disagio, concentrandosi sui processi di (ri)significazione implicati. Questi richiedono una specifica attenzione alla parola dell’altro e alla parola del terapeuta sulla parola dell’altro.”