La calcolabilità del comportamento

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Questa settimana Giorgia Tosi ci parla di scienza e psicologia..:

“La psicoterapia cognitiva trova uno dei suoi fondatori in Ellis, che negli anni ’50 definisce la mente come uno strumento di gestione delle informazioni e fonda la Rational Emotion Therapy sulla ricerca di veri e propri algoritmi che possano esplorare e riparare gli errori mentali compiuti consapevolmente. Quello proposto da questo autore è un utilitarismo fondato su una razionalità strumentale e avaloriale, in cui mancano valori intrinsechi che orientino la condotta.

Circa un decennio dopo Beck introduce il termine “psicoterapia cognitiva”, definendo il benessere psicologico come una cognizione funzionale e formalizzando le tecniche terapeutiche.

Queste definizioni così rigide e la ricerca di algoritmi e regole precise che possano guidare il trattamento, derivavano allora dalla necessità di conferire un valore scientifico alla psicologia, sempre in lotta per guadagnarsi il rispetto delle altre discipline. A conferma di ciò, i moltissimi studi fioriti in quegli anni che attestano l’efficacia della terapia cognitiva con vari disturbi: la depressione, il disturbo post traumatico da stress, la fobia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo.

Ma cosa ne è oggi di tutto ciò? La psicologia ha ancora bisogno di accreditarsi nelle discipline scientifiche e dimostrabili?

Se la psicoterapia cognitiva è nata come reazione alla poca dimostrabilità della psicoanalisi e dalla necessità di stabilire dei protocolli precisi, che potessero guidare e rendere strutturata la terapia, qual è la reazione all’utilitarismo cognitivo?

I problemi psicologici non sono semplici errori cerebrali, ma emergono all’interno delle relazioni con il mondo, da un incrocio di cognizione, emozioni, influenze contestuali, credenze personali e un insieme di elementi difficili da isolare e definire.

Il concetto di algoritmo è alla base della nozione teorica di calcolabilità, ma cosa c’è di calcolabile nella condotta e nei sentimenti umani?”