La relatività della dissonanza

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Oggi Giorgia Tosi ci parla di “dissonanza”:

Il termine consonanza deriva dal latino consonare, “suonare insieme”, e nel linguaggio comune indica un insieme di suoni che, eseguiti simultaneamente, producono un effetto gradevole. Al contrario con il termine dissonanza si definisce un agglomerato di suoni dall’effetto aspro e stridente.

In musica, dunque, la dissonanza è una discordanza tra accordi o intervalli, che produce un’impressione d’instabilità, di contrasto tra le note, di sgradevolezza e di tensione, tanto da richiedere una risoluzione successiva. Se un intervallo consonante è caratterizzato da “stasi armonica”, quindi da un accordo perfetto, al contrario risulta dissonante quell’intervallo che, all’orecchio, dà l’impressione di “movimento armonico” e che ha bisogno di risolvere su un intervallo consonante. Tutte le note dissonanti sono dunque considerate attrattive, intendendo con questo termine che debbano finire su una consonanza.

Questo concetto musicale ne implica uno psicologico, chiamato dissonanza sensoriale o tonale, che si riferisce alla sensazione uditiva sgradevole e quasi metallica prodotta da toni di altezza ravvicinata, che, se suonati simultaneamente, producono un’interferenza delle onde sonore. La dissonanza dipende, però, dalle frequenze assolute dei toni e dunque un intervallo consonante in un registro alto può diventare dissonante in un registro più basso. Questo equivale ad affermare che non esistono intervalli totalmente dissonanti, ma tutto dipende, invece, da dove vengono suonati; una sorta di relatività, che si riflette anche nel modo in cui la dissonanza è stata intesa nel corso della storia. L’impressione di dissonanza, infatti, varia a seconda del sistema musicale e dell’epoca presi in esame, inoltre, essa è stata usata dai compositori in modo soggettivo. Nelle opere di Wagner, ad esempio, i diversi intervalli dissonanti sono stati associati ad altrettanti stati d’animo, come l’attesa e l’inquietudine, l’odio, l’angoscia, il desiderio e il dolore.

Questa forte interrelazione tra musica e psicologia risulta ancora più curiosa se ci si sposta nel campo delle scienze del comportamento, parlando di dissonanza cognitiva. Questo concetto è stato introdotto da Leon Festinger nel 1957 in ambito sociale per descrivere la situazione di elaborazione cognitiva in cui credenze, aspettative e opinioni si trovano in contrasto tra loro o con comportamenti attuati dallo stesso soggetto. Un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente, di armonia, di consonanza cognitiva; al contrario, si verrà a trovare in difficoltà se questi pensieri sono tra loro contrapposti o divergenti. Questa incongruenza si può verificare per incoerenza logica o per contrasto con le tendenze del comportamento passato o con le norme culturali relative all’ambiente con cui l’individuo si trova ad interagire e produce appunto una dissonanza cognitiva e un conseguente disagio psicologico.

Secondo l’autore la dissonanza è sempre post decisionale, poiché emerge solamente dopo che una decisione è già stata presa ed è per questo che produce effetti così forti sull’autostima, come il percepirsi persone incoerenti o ipocrite. La grandezza della dissonanza è sempre relativa all’importanza della decisione presa e al potere di attrazione dell’alternativa rifiutata, ma il malessere che ne scaturisce spinge sempre a trovare delle strategie per ridurla o evitare situazioni che la aumentino.

Se quindi in musica le note dissonanti devono risolvere su un intervallo consonante, allo stesso modo quando ci si trova in una situazione di dissonanza cognitiva si cerca un modo per compensarla, attraverso alcuni processi elaborativi, che, nell’opera di Festinger, consistono nel produrre un cambiamento nell’ambiente o nel modificare il proprio comportamento o il proprio mondo cognitivo e quindi le opinioni e il proprio atteggiamento. La dissonanza che si origina in seguito ad una scelta tra due alternative può essere quindi ridotta a livello comportamentale, revocando la decisione appena presa, o a livello cognitivo, rivalutando le alternative o stabilendo una sovrapposizione tra esse.

Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli, ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze. (Esopo)

La stessa relatività che caratterizza la dissonanza musicale si ritrova però anche in quella cognitiva, infatti anche le aspettative, le credenze e le opinioni di ognuno cambiano a seconda della società e del contesto in cui si è immersi. Dunque uno stesso comportamento che oggi viene considerato socialmente riprovevole o un’idea che nella società occidentale non può essere accettata, potevano, al contrario essere considerati del tutto normali e leciti in un altro periodo storico o all’interno di una differente comunità.

Allora, come Wagner utilizzava ciascun intervallo dissonante per trasmette un differente stato d’animo, passando dal desiderio all’odio, così due opinioni che oggi causano malessere, in un altro tempo ed in un altro luogo forse hanno suscitato e susciteranno felicità.