Punti di rottura

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Un altro contributo di Giorgia Tosi:

“La settimana scorsa siè parlato di crisi d’identità: quei momenti della vita in cui non sappiamo più chi siamo, cosa facciamo e dove andiamo. Ciò può succedere senza preavviso, da un giorno all’altro e senza apparente ragione. Esistono però anche situazioni specifiche che mettono a dura prova la nostra capacità di affrontare la quotidianità. In questo periodo di crisi economica forse la causa più frequente è la perdita del lavoro. Quante persone che conosciamo dopo anni e ad anni di professione sono stati licenziati o costretti a chiudere le proprie attività? È una realtà che ormai colpisce molte persone, indipendentemente dall’età e dalle possibilità economiche: madri sole, padri di famiglia, giovani da poco affacciati sul mondo del lavoro, grandi imprenditori che vedono cadere i propri imperi finanziari.

Come si reagisce ad una situazione del genere? Come si esce dallo sconforto che ci assale?

Il costo della vita è tremendamente aumentato negli ultimi anni e ciò ha portato a dover lavorare a tempo pieno, con la conseguenza che si sta in ufficio la maggior parte delle ore di veglia. Il lavoro è la principale occupazione di ognuno di noi, purtroppo o per fortuna riempie le nostre giornate. La mattina ci svegliamo pensando a ciò che dovremo fare quel giorno in ufficio e la sera torniamo a casa riflettendo su ciò che abbiamo lasciato indietro. Volenti o nolenti è una parte fondamentale della nostra vita e dei nostri pensieri.

Il lavoro contribuisce a definire la propria identità: ciò che siamo e che facciamo e nel corso del nostro percorso ci forma e ci insegna. Ci mette a contatto con il mondo esterno, permettendoci di sperimentare emozioni positive e negative. Pone delle sfide da affrontare che, se da un lato possono essere causa di frustrazione, dall’altro consentono di affermare le proprie capacità e di dimostrare il proprio valore. Attraverso esso molte persone definiscono la propria vita e per questo ne è un elemento fondamentale. Non c’è dunque da stupirsi che la sua perdita causi un’improvvisa destabilizzazione.

Le conseguenze sono diverse: dalle più ovvie di natura economica, ad alcune più profonde che possono minare l’equilibrio psicologico di una persona.

In molte famiglie quando viene a mancare un’entrata fissa scompare anche la sicurezza economica e con essa la tranquillità e la serenità necessarie per affrontare la vita di tutti i giorni, specialmente se non si è soli e si deve pensare ad una famiglia da mantenere.

Inoltre c’è da considerare come questo si rifletta in generale sul senso d’indipendenza: in molti casi si è costretti a chiedere aiuto per sostenere alcune spese con un’inevitabile perdita della propria autonomia. Quando si è giovani si lotta assiduamente per guadagnare la propria libertà ed essere costretti dopo tempo ad essere nuovamente di pendenti da qualcuno è sicuramente difficile da accettare.

Inevitabilmente si modificano gli equilibri familiari, anche in questo caso sia da un punto di vista economico, che domestico. L’intero sistema deve accettare il cambiamento e cercare di riorganizzarsi attorno ad esso. Purtroppo non esistono ricette giuste né formule magiche, ma ogni nucleo familiare è differente e deve cercare la propria via e la propria soluzione. Ogni membro è chiamato a fare uno sforzo per comprendere la situazione ed è importante che ci sia un supporto reciproco nell’affrontare le decisioni.

Non è da sottovalutare neanche il fatto di trovarsi all’improvviso con del tempo libero da dover riempire. Il lavoro copre gran parte della nostra giornata e nel momento in cui viene a mancare quest’occupazione fissa non si sa più che fare, come colmare le ore vuote di impegni. Quando si è costretti a lavorare si hanno mille idee su cosa si potrebbe fare, se solo si avesse più tempo a disposizione, si rimandano viaggi e hobbies a quando si avrà tempo. Perciò perché non cogliere ciò che di buono si può trovare in ogni situazione e provare a dedicarsi ad attività che piacciono? Rimanere in casa inermi a guardare nel vuoto forse ci fa sentire meno in colpa rispetto ad uscire e fare ciò che abbiamo per molto tempo rimandato, tuttavia contribuisce solo ad allargare il vuoto che si percepisce.

Ogni situazione può essere letta e vissuta in modi diversi e la disoccupazione può essere lo spunto per scoprire alcuni nostri punti di forza, prima sconosciuti. Questa, più di ogni altra, è l’epoca in cui ci si reinventa, per necessità o per voglia. Perdere il lavoro non significa non avere più niente da dare. Perché non provare a scoprire capacità non ancora sperimentate? E’ l’era delle fashion blogger, degli avvocati ristoratori e delle cake-desiner. Nessuno aveva intrapreso questa strada inizialmente, ma la vita li ha portati lì e hanno saputo sfruttare un’occasione, hanno saputo volgere a proprio vantaggio una situazione difficile.

E per quanto riguarda la propria eredità? Ciò che di se stessi si lascia agli altri? La risposta al senso d’inutilità, all’impressione di non aver compiuto nulla d’importante nella propria vita è in queste poche righe:

“Quante cose noi facciamo senza neppure renderci conto dell’importanza che hanno, quante banalità, quanti lavori che ci annoiano, ci affaticano, quanti gesti, quante parole e quanti sguardi. Siamo convinti che tutto finisca lì, che non ci sia nulla di eccezionale nel nostro vivere. Invece no. Qualcuno potrebbe raccogliere qualcosa del nostro agire, magari anche le briciole, ma quelle briciole, un giorno, potrebbero essere molto importanti. Non sono solo i gesti, le grandi opere che lasciano una traccia: esiste una fitta, apparentemente invisibile, trama di tracce di bene che sostengono la vita di ognuno di noi” (Elena De Dionigi, 2013, Prima di volare via).”