Quoziente di cosa?

Senza titolo

Giorgia Tosi questa settimana ci parla di differenze di genere e della necessità umana di.. “definire”:

Recentemente mi è capitato di leggere un articolo su uno studio che è stato svolto in Italia da Simon Baron-Cohen. Lo stesso autore nel 2004, nel libro Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomini e donne, aveva tentato di dimostrare che il cervello femminile fosse programmato per l’empatia e quello maschile per la comprensione e l’elaborazione di sistemi.

Il metodo usato per l’indagine consisteva in questionario composto di 120 situazioni di vita quotidiana su cui i soggetti dovevano esprimere il loro grado d’accordo. In base alle risposte date è possibile in questo modo calcolare il Quoziente Empatico (QE) e il Quoziente di Sistematizzazione (QS).

Il primo identifica la capacità di percepire e riconoscere i pensieri e le emozioni altrui e di reagire con sentimenti e comportamenti adeguati. L’empatia sembra caratterizzata da una componente affettiva di reazione allo stato emozionale delle persone con le quali si interagisce, da una componente cognitiva, che permette di comprendere e predire le reazioni e le azioni altrui, e da una componente mista, in cui cognitività e affettività interagiscono.

Il Quoziente di Sistematizzazione indaga invece la tendenza ad analizzare il funzionamento dei sistemi, per predirne il comportamento.

I risultati di questo lavoro mostrano come le donne abbiano un QE più alto rispetto agli uomini che mostrano invece maggiori capacità di sistematizzazione, per questo Baron-Cohen ha definito tre diverse tipologie di funzionamento cerebrale: un tipo empatizzante, più tipicamente femminile, uno sistematizzante, che caratterizza il cervello maschile, e infine un tipo bilanciato. L’autore sottolinea comunque come ciò non sia vero sempre e per tutti, per cui non tutti gli uomini hanno un cervello tipicamente maschile, così come non tutte le donne ne possiedono uno tipicamente femminile.

In uno studio più recente lo stesso Quoziente di Empatia e di Sistematizzazione è stato somministrato ad alcuni studenti di Medicina e Psicologia e, riprendendo la suddivisione operata da Jung tra introversione ed estroversione sono stati individuate quattro tipologie di personalità.

Gli empatici estroversi mostrano una modalità di comportamento orientata verso le relazioni sociali, al contrario gli empatici introversi rivolgono le proprie attenzioni verso se stessi. In modo simile i sistematici estroversi posseggono un senso di osservazione rivolto verso il mondo, che si trasforma in tratti rigidi ed ossessivi nei sistematici introversi.

Indipendentemente dai risultati di queste ricerche e dalle differenze emerse tra uomini e donne e tra studenti di medicina e psicologia, trovo molto curioso come gli studi che tentano di definire, schematizzare e incasellare i tipi di personalità continuino a suscitare interesse.

Da dove deriva questa necessità di definire chi siamo e come siamo?

Forse da’ una maggiore sicurezza poter etichettare le persone con cui abbiamo a che fare attraverso una definizione che ci informi su cosa poterci aspettare. Tuttavia provando a rivolgere la stesso bisogno verso se stessi non si sentono strette queste categorie?

Come è possibile definire la personalità di una persona, con tutte le sue complessità e le sue sfaccettature, attraverso una parola? E se lo stesso autore riconosce che queste differenze non siano vere in ogni caso, perché continuare a cercare delle definizioni e degli incasellamenti?

Nel titolo dell’articolo che ho citato troneggiano le parole Quoziente di Empatia e di Sistematizzazione, ma ciò che vi chiedo è se sia davvero possibile misurare in maniera scientifica la capacità di sentire e capire gli stati d’animo altrui.

Forse questa necessità di definire e sistematizzare finisce invece per reificare e semplificare qualità e tratti caratteriali che, proprio per la loro complessità e varietà, rendono le persone interessanti e sempre da scoprire.