Resistenza o Resilienza?

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Resistenza o resilienza? – Di Giorgia Tosi

Sabato, 25 Aprile, in Italia si è festeggiata la Festa della Liberazione, simbolo della lotta militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale. L’anniversario della Resistenza ricorda il 25 aprile 1945, giorno in cui, alle 8 del mattino, via radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa e stabilendo la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti.

Di per sé il termine “resistenza” indica l’azione di resistere, opporsi e sopportare. Il suo significato, tuttavia, assume sfumature differenti a seconda dell’ambito a cui si fa rifermento: in psicanalisi, ad esempio, questa parola è stata introdotta per la prima volta da Freud come azione difensiva contro la terapia ipnotica e oggi indica ogni forma di opposizione da parte del paziente alla libera manifestazione di sé.

È interessante notare come una stessa parola assuma implicazioni diametralmente opposte in base al contesto di discussione: per cui qualcosa che è stato definito in termini negativi, perché impedisce l’espressione del proprio essere e la guarigione, viene ogni anno festeggiato e ricordato in virtù della liberazione da una forma di oppressione. Cosa implica pensare alla resistenza come a qualcosa di positivo anche in ambito psicologico? Forse una resistenza contro gli eventi negativi della vita, un’opposizione a ciò che mina la propria stabilità, una lotta per la propria libertà e felicità?

Il concetto che più si avvicina a questa visione della resistenza è probabilmente quello di resilienza: quel processo dinamico di adattamento positivo alle situazioni sfavorevoli della vita. E’ un concetto piuttosto complesso, di cui nel corso della storia sono state date molteplici definizioni. Tutte però fanno riferimento ad un insieme di fattori che determinano la capacità di un individuo di riuscire a vivere e svilupparsi positivamente, anche in presenza di fattori di stress o di circostanze avverse, che costituiscono un forte rischio di esito negativo. Non è quindi una caratteristica unica e specifica, ma piuttosto la possibilità di attivare un processo di riorganizzazione positiva della propria vita che miri ad una trasformazione verso una condizione più vantaggiosa.

Esistono dei fattori di rischio, che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, tra questi secondo Werner e Smith (1982) troviamo i fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura), familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione), di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale). Questi sono gli elementi che minano le capacità di una persona di reagire positivamente in seguito ad una avversità.

L’immagine che mi compare davanti agli occhi ogni volta che sento parlare di questo costrutto è quella di una bambina minuta e indifesa che, sfidando la tormenta, cammina controvento, avvolta in uno scialle per proteggersi dal freddo e con la testa china. Nonostante il vento le sferzi la faccia e le impedisca di tenere gli occhi aperti, lei continua a camminare, va avanti per raggiungere la quiete e la pace che le spettano.

La scena non è poi tanto lontana dalla metafora proposta da Cyrulnik, uno dei primi autori ad introdurre questo concetto, che definisce appunto la resilienza “l’arte di navigare sui torrenti”. Ogni trauma sconvolge la vita di una persona, trascinandola verso direzioni che non avrebbe seguito, come quando si viene risucchiati dai gorghi di un torrente, che ci portano verso una cascata. Lottare contro le rapide che ci sospingono ora in una direzione, ora in un’altra, senza tregua, è un’impresa che richiede di fare appello a tutte le risorse interne di cui si dispone.

Gli autori hanno definito queste risorse come fattori di protezione, distinguendoli in individuali, come la sensibilità, un buon temperamento e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno), e familiari. Tra questi ultimi si ritrovano la qualità delle relazioni i tra genitori, la coerenza nelle regole, il supporto delle diverse figure di riferimento affettivo.

Esplorando questi fattori Cantoni (2004) individua cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza: l’ottimismo e quindi la disposizione a cogliere il lato buono delle cose; l’autostima; la robustezza psicologica (costituita a sua volta dalla convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, dall’impegno che ci si mette e dalla visione dei cambiamenti come opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze); le emozioni positive e la capacità di focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca; il supporto sociale e la presenza di persone disponibili all’ascolto.

Proprio Cyrulnik nella sua metafora sottolinea che quando ci si trova in balia delle rapide, si potrà trovare una mano tesa che offrirà una risorsa esterna, una relazione affettiva, che ci permetterà di salvarci. La mano è quella dei “tutori di resilienza”: coloro capaci di sostenere, proteggere e stimolare la persona in una situazione di stress, garantendone lo sviluppo positivo.

Ma quindi cos’è resistenza e cos’è resilienza? Perché se la resistenza implica un’opposizione, un contrasto, al contrario la resilienza parte da un’accettazione dell’avvenimento negativo. La persona resiliente non si è opposta al trauma, ma da esso è partita per trovare nuove vie di sviluppo e crescita positive.

Questo intervento non mira a dare consigli, ma vuole essere uno spunto di riflessione: nella vita scegliete la resistenza o la resilienza?